Un cervello Neotenico

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La Neotenia è la capacità che ha, sopratutto l’essere umano, di mantenere in età adulta le caratteristiche infantili della propria specie.

Secondo il famoso zoologo, Desmond Morris, che nel 1967 scrisse il mitico “La scimmia nuda”, fu proprio questa strana capacità che permise ad un particolare ceppo di scimmie di cominciare ad evolversi da animale erbivoro ad animale predatore. Da animale predatore ad animale stanziale, da animale stanziale ad animale sociale.

Ogni passaggio evolutivo era possibile grazie proprio alla neotenia. Ma che cos’è esattamente? La parola deriva dal greco neo + téinō, che vuol dire un nuovo tendere, cioè svilupparsi dal punto di vista fisiologico pur mantenendo alcune caratteristiche della vita infantile.

Prolungando la vita infantile si permetteva al nostro cervello di immagazzinare maggior informazioni per prepararsi al meglio prima di entrare nella vita adulta. Si riducono il numero di malattie, si impara meglio grazie alle simulazioni del gioco, si cresce meglio e con più calma dando la possibilità al corpo di svilupparsi con più vigore. Anche in età adulta ci portiamo dietro la possibilità di avere un cervello che non smette mai di imparare e di “giocare” ( anche se da adulti gli umani chiamano i loro giochi hobby, passioni o interessi)

Il nostro cervello neotenico è un cervello costantemente immaturo che necessita, non solo, di 16 anni per maturare, ma è mutevole lungo tutto l’arco di vita. Questa immaturità ci permette una straordinaria capacità di evoluzione ed adattamento all’ambiente esterno.

Questa scoperta pone quindi un simpatico interrogativo. Siamo proprio sicuri che sia evolutivamente conveniente far diventare i nostri bambini super intelligenti, capaci di parlare 3 lingue, fare 4 sport e di giocare a complessi videogiochi sul cellulare a soli 4-5 anni?

Basaglia: 40 anni dopo

Ufficio Stampa CNR – Rita Bugliosi

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Il 13 maggio 1978, la legge n. 180, meglio conosciuta come legge Basaglia, sancì la chiusura dei manicomi. Alla base della 180 c’erano le concezioni dello psichiatra Franco Basaglia, che voleva migliorare la qualità di vita dei pazienti, riducendo le terapie farmacologiche e la contenzione, sostituite con cure e assistenza in ambulatori territoriali, i Servizi di igiene mentale pubblici. Questo si può leggere anche nelle ‘Conferenze brasiliane’, il volume che raccoglie gli interventi che lo psichiatra tenne a San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte tra il giugno e il luglio del 1979: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

A 40 anni da questa importante riforma quali valutazioni se ne possono fare? “Le idee di Basaglia sono state rivoluzionarie non solo per l’Italia”, commenta Antonio Cerasa dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr. “Uomo controverso, leader e instancabile lavoratore, come recentemente ricordato dal direttore del dipartimento di Salute mentale della Ausl Bologna, Angelo Fioritti, Basaglia non era solo. Già a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 in tutta Europa soffiava il vento del movimento anti manicomiale e per i diritti dei malati di mente. Basaglia diede il suo contributo impegnandosi nel riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera, proponendo un superamento della logica in cui tutta la gestione dell’individuo malato si fondava sulla costrizione. La sua proposta era lo smantellamento degli ospedali psichiatrici e la costruzione di una nuova rete di servizi comunitaria, secondo un modello dipartimentale organizzato per diversi livelli di protezione”.

Dopo quattro decenni, l’assistenza psichiatrica comunitaria è di qualità differente nelle varie aree della Penisola. “Nel nostro Paese esistono 20 diversi sistemi regionali di gestione e management dei pazienti psichiatrici e ciò rende difficile una valutazione unitaria”, continua il ricercatore dell’Ibfm-Cnr. “L’assistenza psichiatrica è parte integrante del Sistema sanitario nazionale, che è gestito e finanziato dal governo centrale, ma esistono regioni virtuose in cui il numero di posti letto e la specializzazione per aree critiche sono elevati, in funzione anche della vicinanza con policlinici universitari, e regioni in cui la crisi economica e il debito pubblico limitano le applicazioni di nuovi modelli di assistenza. È perciò difficile effettuare una valutazione comune della psichiatria italiana dalla legge 180 a oggi. Secondo i massimi esperti dell’argomento, Angelo Fioritti e Thomas Becker, il bilancio finale può essere comunque positivo, considerando che l’Italia ha realizzato il più grande e radicale processo di deospedalizzazione, ponendoci tra le nazioni con il grado minore di coercizione formale verso i disturbi mentali e implementando al contempo un sistema diffuso di servizi su tutto il territorio nazionale”.

Si sono quindi ottenuti risultati importanti, ma non mancano le criticità. “La società ai tempi di Basaglia era molto diversa dall’attuale, ora sono necessari nuovi approcci multidisciplinari e multidimensionali, che coinvolgano tutti i componenti dello staff del servizio sanitario per la cura e la gestione della malattia mentale”, conclude Cerasa.

Referenze

  • Becker T, Fangerau H. 40th birthday of the Italian Mental Health Law 180 – perception and reputation abroad, and a personal suggestion. Epidemiol Psychiatr Sci. 2017 Nov 6:1-5. doi: 10.1017/S2045796017000658
  • Fioritti A. Is freedom (still) therapy? The 40th anniversary of the Italian mental health care reform. Epidemiol Psychiatr Sci. 2018 Jan 16:1-5. doi: 10.1017/S2045796017000671

The Parkinsonian Personality: two centuries later

Bipolar mentally ill split personality depiction

Since the initial James Parkinson’s subjective clinical impression (1817), the individuation of behavioral features underpinning the occurrence of Parkinson’s disease has always exercised a fascination in neurologists. The first hypothesis suggested the presence of a specific personality profile: repression and overcontrol of emotional reactions, mental rigidity, affectively inconstant and passive, along with a persistent anxiety and depression were the main traits retrospectively told by family members of Parkinson’s disease patients.

However, for over two centuries empirical evidence on the existence of a Parkinsonian personality emerging before clinical symptoms remained vague.

New quantitative and systematic reviews from neuroscientists Antonio Cerasa and Gabriella Santangelo have re-opened this long-standing debate.

“It has been awesome to reveal that patients with Parkinson’s disease are described anywhere in the world as individuals high on introversion, neuroticism and harm avoidance and low on novelty seeking” – Cerasa said.

“Despite the large amount of evidence, the existence of premorbid personality profile in Parkinson patients remained obscure until 2010th ” explains Gabriella Santangelo. “Indeed, in the last few years new prospective studies have provided clear empirical supports. In particular, a Swedish long-term epidemiological study examined data from a cohort study on more than 29,000 twins. After 39 years they identified 197 Parkinsonian cases that were characterized by high-level of neuroticism and introversion.

“This specific evidence was perfectly confirmed by a meta-analytic studies evaluating data from 17 different clinical studies and by a systematic review of two centuries of literature” – adds Gabriella Santangelo

“The evidence provided so far confirmed James Parkinson’s clinical impression that personality profile is an important hallmark of clinical course of Parkinson’ disease, which should be used to assess subjects’ vulnerability into daily clinical practice” – concludes Cerasa.

The main clinical implication of the empirical evidence is that the assessment of personality could be also useful for identifying who would benefit from behavioral intervention, which could indirectly contribute to ameliorate patient’s own perception of physical, emotional and well-being – as underlined by Santangelo and Cerasa.

 

Original Research:

  • Cerasa A. Re-examining the Parkinsonian Personality hypothesis: A systematic review. Personality and Individual Differences 2018; 130: 41-50. doi: 10.1016/j.paid.2018.03.045
  • Santangelo G, Garramone F, Baiano C, D’Iorio A, Piscopo F, Raimo S, Vitale C. Personality and Parkinson’s disease: A meta-analysis. Parkinsonism Relat Disord. 2018; 49:67-7. doi: 10.1016/j.parkreldis.2018.01.013.

 

Links:

1) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0191886918301715

2) http://www.prd-journal.com/article/S1353-8020(18)30013-0/fulltext