Il lato oscuro dell’evoluzione – DPU

Il punto di partenza della teoria della base evoluzionistica dei disturbi psichiatrici afferma che durante la nostra evoluzione, il carico cognitivo legato alla divisione bi-emisferica delle funzioni linguistiche può aver portato con sé degli “errori”, che noi chiamiamo allucinazioni, pensieri deliranti, “voci nella testa”; ma che, dal punto di vista biologico, sono semplicemente disfunzioni di alcuni “hub” (o centri di attività) cerebrali.

Alcuni neuroscienziati hanno recentemente pubblicato un articolo dimostrando che la connettività cerebrale sottostante le funzioni linguistiche, (che si è maggiormente sviluppata nell’uomo rispetto alle altre specie) è quella che più di frequente risulta danneggiata nel cervello degli individui schizofrenici

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"La malattia psichiatrica è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra evoluzione?" – AGI.com-

Con le moderne tecniche di mappatura del connettoma cerebrale è stato possibile portare alla luce i primi tasselli del complesso rapporto che lega i nostri parenti più prossimi (gli scimpanzé) con la mente di una persona affetta da schizofrenia. Le implicazioni di queste scoperte avranno una ricaduta rivoluzionaria sulla pratica clinica

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Organoidi … il cervello prodotto in vitro

Le prime realizzazioni di organoidi sono state effettuate tra gli anni ’80 e ’90. Si tratta di aggregati tridimensionali di cellule derivate da cellule staminali umane fatte crescere in vitro. Offrono possibilità uniche per modellare e studiare il normale sviluppo fisiologico così come poter simulare quello che accade in determinate malattie. Le sue applicazioni nella ricerca medica sono, ovviamente, molto vaste e spaziano dalla scoperta di nuovi farmaci a test tossicologici.

Gli organoidi cerebrali sono quelli che, però, nell’ultimo periodo hanno avuto una massima diffusione soprattutto a livello scientifico e mediatico. Questo interesse nasce dall’aver scoperto che questi agglomerati artificiali di cellule nervose, una svolta sviluppatosi in vitro, sono capaci di comunicare con un’attività elettrica spontanea, esattamente come accade nel cervello dei bambini prematuri.

Il potere di dare vita ad una nuova popolazione di neuroni capaci di creare, autonomamente, pensieri o sensazioni primordiali, così come il poter studiare modelli artificiali di patologie neurologiche (Alzheimer, Parkinson, Tumori Cerebrali) o psichiatriche (Schizofrenia, Autismo) ha aperto ad un nuovo filone della bio-etica che deve innanzitutto comprendere quali sono i limiti entro cui potersi spingere con questa nuova tecnologia offerta oggi dalle moderne neuroscienze.

In realtà, secondo i più esperti è molto difficile poter arrivare solo a mimare il funzionamento di una singola porzione di cervello umano con gli organoidi, visto che il funzionamento di una singola area dipende dalla connettività intra-/inter-emisferica con le altre strutture cerebrali. Quindi il pensiero o la coscienza sono fenomeni cellulari che avvengono su scale di complessità enormemente più ampie rispetto alle complessità che possono raggiungere gli organoidi. Sarebbe come paragonare la via Lattea all’intero Universo.

Comunque sono stati sollevati numerosi interrogativi etici che nascono da questa nuova metodica. Prima di tutto, quali sono i diritti dei donatori di cellule verso i “loro” organoidi. In quale bio-banche vengono conservati e quali sono le regole di gestione? Poi c’è il discorso sulla durata di vita. In Gran Bretagna, ai ricercatori è vietato lavorare su embrioni donati di età superiore ai 14 giorni. Ma c’è chi in USA, come Paola Arlotta, capo del Dipartimento di Biologia delle cellule staminali e rigenerativa dell’Università di Harvard, è arrivata a fare crescere organoidi cerebrali fino all’8° mese di vita, portando ad un nuovo limite temporale la complessità cellulare dell’architettura e delle potenziali dei mini-cervelli artificiali.

I più grandi esperti mondiali credono che al momento non ci sia la necessità di veri e propri interventi legislativi su questo settore, ma le cose potrebbero cambiare in fretta se qualcuno un giorno dimostrerà che gli organoidi riescono a rispondere agli stimoli esterni, in particolare agli stimoli dolorifici. Quello potrebbe essere l’inizio di una nuova era per le neuroscienze.

Nell’attesa, lo studio degli organoidi cerebrali continua a rappresentare un incredibile patrimonio dove far germogliare nuovi esperimenti, metodi e teorie.

Festival d’Autunno – Catanzaro

Seguendo l’eco delle note dei grandi cantautori che hanno caratterizzato questa edizione del Festival d’Autunno l’ultima serata sarà dedicata a capire perché e come le parole riescono a cambiare la nostra vita. Sopriremo dove si nasconde la forza delle parole dentro la nostra mente. Lo faremo conoscendo la vita di alcune persone la cui vita è cambiata drasticamente quando “la parola si è fatta carne”.

Cellulare assassino – Almanacco CNR

Il nono posto tra le principali cause di morte nel mondo è occupato dagli incidenti stradali: soltanto in Italia, nel 2018, si contano 3.325 vittime. Sebbene i dati abbiano subìto un lieve calo rispetto a quanto registrato l’anno precedente (1,6%), le cifre sono comunque inquietanti. Tra le ragioni principali dei sinistri vi è la distrazione, che, secondo quanto dichiarato dagli esperti dell’Automobile club d’Italia e riportato dal quotidiano Repubblica, sarebbe la causa di circa il 75% della totalità degli incidenti stradali.

Nonostante la presenza di ricorrenti campagne, come ad esempio #seisicuro, promossa dalla Polizia di Stato e da Autostrade per l’Italia, che, tramite spot pubblicitari ironici e divertenti, informano gli automobilisti dei rischi al fine di persuaderli sull’utilizzo del telefonino, quasi sempre a distrarre è proprio l’uso del cellulare mentre si guida: si fanno telefonate, ma anche tutte le altre azioni rese possibili dall’avanzata tecnologia degli smartphone – dai selfie alla scrittura di post per i social network -, attività che portano chi è al volante a fissare per diversi secondi lo schermo del cellulare, distogliendo l’attenzione dalla guida. E questa pericolosa abitudine non è prerogativa dei giovani se, come si legge ancora su Repubblica, “dai 18 ai 64 anni, la percentuale di chi ammette di aver guidato con il cellulare in mano è del 51%”.

Ma qual è il motivo per cui così tante persone rischiano la vita, propria e altrui, per usare il telefonino? “La guida richiede grande attenzione cognitiva, quindi, basta poco per distrarsi. La presenza di uno strumento in macchina che continuamente si illumina, manda segnali acustici o visivi ci distrae anche solo a livello inconscio“, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (IBFM) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Oggi è insomma difficile non guardare e non usare il telefonino per troppo tempo, anche quando si è al volante. “La comunicazione nella nostra società liquida è istantanea, dunque dobbiamo costantemente essere connessi perché quello che ho scritto su un messaggio otto ore fa è già preistoria”, commenta Cerasa. “Tutto questo rende la diatriba sull’uso del cellulare in macchina difficile da risolvere”

Oggi la tecnologia sta indubbiamente venendo incontro alle esigenze della pubblica sicurezza, rendendo le macchine sempre più wireless, sempre più bluetooth, sempre più connesse, ma questo non basta a garantire la sicurezza. “Una possibile spiegazione del perché non resistiamo alla tentazione di guardare il cellulare, sta nel meccanismo del “touch”. L’incredibile mole di opportunità che ci offre il mondo degli smartphone esplode nelle nostre mani grazie a un semplice tocco del dito sullo schermo”, continua il ricercatore. “L’interazione con il telefonino è estremamente particolare perché fin da bambini abbiamo appreso che per entrare nel mondo di internet possiamo farlo con un semplice tocco. Il tocco può farci scoprire chi parla di me, chi mi sta pensando, chi sta guardando quello che ho fatto, i commenti degli altri e molto altro ancora. Toccare lo schermo significa essere continuamente tra la gente, essere premiato per ciò che si fa, essere ricercato, essere desiderato. Ognuno di noi ha quindi appreso che basta “toccare” per interagire con gli altri attraverso il web e questo condizionamento pavloviano (“tocca e ti dirò chi sei!”) non è facile da interrompere”.

Il gesto del “tocco” per entrare in comunicazione con il mondo, se ripetuto tante volte durante il giorno, si trasforma da azione volontaria ad un semplice comportamento automatico. L’effetto dell’apprendimento e della ripetizione produrrà quel famoso fenomeno di plasticità neurale chiamato “memoria procedurale”, in cui un set di azioni motorie e cognitive vengono “zippate” e trasferite in un’altra area per poter essere eseguite in maniera più facile ed immediata e soprattutto in maniera inconscia. Attraverso questo meccanismo l’essere umano riesce ad apprendere migliaia di nuove abilità ogni giorno, ma se questo comportamento viene ripetuto in maniera frenetica, centinaia di volte al giorno per mesi interi si può passare da un semplice comportamento appreso a movimenti stereotipati, cioè fini a sé stesso senza un reale significato adattivo. La regione del cervello che gestisce la fase di apprendimento procedurale di una nuova azione, cosi come la sua innaturale trasformazione in comportamento stereotipato, è il cervelletto. Questa regione cerebrale, se stimolata in maniera adattiva dall’ambiente, produce nuove forme di abilità che possono arrivare a manifestarsi nella grandiosità delle abilità di un grande sportivo, musicista o di un head chef. Se, invece, invece viene stimolata in maniera ripetitiva e frenetica, il cervelletto produrrà risposte compulsive difficili da interrompere se non a spese di un grosso sforzo cognitivo. Il viaggio in macchina può rappresentare un buon test per capire se la nostra interazione con il cellulare si è spostata più sul versante patologico. La classica sintomatologia è: l’insofferenza che sale con il passare del tempo senza poter controllare il display, l’incapacità di resistere soprattutto durante i periodi di attesa nel traffico, la distraibilità cognitiva che si manifesta ad ogni segnale di notifica.  Se contassimo le volte che sentiamo questi eventi emotivi durante il nostro naturale tragitto in macchina ci renderemmo conto che sono ciclici e ritmici. Esattamente come le volte in cui controlliamo il cellulare quando siamo tranquilli a casa. La sincronizzazione e la ritmicità sono proprio le due principali funzionalità del cervelletto necessarie per coordinare i movimenti del corpo. Il viaggio in macchina per il nostro cervelletto è un fastidioso intruso che impedisce la normale ripetizione ciclica dei comportamenti stereotipati. Soluzioni? Distraiamo il cervelletto con altri movimenti ciclici e ritmici: cantiamo mentre guidiamo!

L’avanzamento tecnologico deve però renderci ottimisti, come suggerisce Cerasa: “Se possiamo cambiare le marce semplicemente premendo un pulsante sul volante, senza bisogno di staccare gli occhi dalla strada, possiamo fare la stessa cosa per scrollare i messaggi che arrivano al cellulare. Ma abbiamo bisogno di una nuova generazione di auto con Intelligenza Artificiale, capaci di fare per noi quello che faremmo se avessimo il cellulare in mano. È solo questione di tempo, il futuro ha già previsto questo tipo di nuova evoluzione della comunicazione, ma nell’attesa possiamo cominciare ad allenarci a “toccare” un po’ meno lo schermo del nostro cellulare”.

L’imputabilità del minorenne – Diritto Penale e Uomo

Lo scorso 7 febbraio, è stata presentata alla Camera dei Deputati una proposta di legge (A.C. 1580 – Cantalamessa ed altri) volta a modificare l’attuale formulazione dell’art. 97 c.p. nel senso di ridurre il limite di età per l’imputabilità del soggetto minorerenne da quattordici a dodici anni. Affrontare una questione di straordinaria delicatezza quale è quella oggetto della presente proposta di legge richiede, a nostro avviso, l’adozione di un approccio integrato, suscettibile di mettere in relazione le opportune valutazioni di tipo penalistico e criminologico con le indicazioni provenienti da diversi campi del sapere extragiuridici. Pertanto, abbiamo chiesto un gruppo di esperti in svariate materie (dal diritto, alla criminologia, alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia, alla psicoanalisi, alle neuroscienze e alle scienze computazionali) di condividere, ciascuno con riferimento al proprio settore di competenza, le proprie riflessioni in materia di imputabilità degli adolescenti e dei preadolescenti a partire dalla citata posposta di legge. Abbiamo sottoposto a tutti gli intervistati i medesimi quesiti, ossia:
i) dal Suo punto vista professionale, ritiene che sia sensato abbassare la soglia di imputabilità penale del minorenne autore di reato da 14 anni (soglia attuale) a 12 anni? Perché?
ii) nel caso in cui la proposta dovesse tradursi in legge, quali sono, dal punto di vista scientifico, i possibili rischi o, viceversa, i vantaggi (a seconda della risposta data in precedenza) della sua entrata in vigore?
iii) Eventuali suggerimenti in proposito? 
Il presente documento contiene una sintesi ragionata delle risposte ricevute e delle considerazioni formulate dai nostri intervistati.