Effetto Placebo

placebo+effect

Il termine deriva dal latino, il futuro del verbo placere, che significa: “io piacerò”.

Si, ma a chi piacerò?

Nel medioevo durante le funzioni religiose si usava dire: “placebo Domino in regione vivorum” che vuole dire “piacerò al Signore nella terra dei vivi”. Più in generale, però, ci si riferiva a trattamenti che giovano più allo spirito che al corpo, di cui il paziente ha bisogno per sentirsi bene.

Veniva chiamata “medicina magica” e nei tempi lontani era l’unica che l’uomo conoscesse per affrontare i suoi mali.

Con la super tecnologia dei giorni nostri non dovrebbe più essere così. Ed invece…….

Continuiamo a credere che una crema possa farci dimagrire, che una lozione possa far ricrescere i capelli (magari!) e soprattutto che una pillola possa guarirci da una malattia incurabile.

Sembrerà assurdo, ma in alcuni casi è proprio così e la medicina moderna da alcuni anni sta cercando di capire come possa accadere un simile fenomeno.

Il significato di placebo in ottica scientifica deriva dalla ricerca farmacologica. Infatti, nei classici trial clinici usati per provare l’efficacia di un farmaco vengono usati il gruppo “sperimentale”, sottoposto al vero farmaco e il gruppo “placebo”, che, inconsapevolmente, viene sottoposto a un farmaco fasullo (zucchero, soluzione salina etc.). Questo paradigma è fondamentale per la medicina moderna perché serve a dimostrare che è il farmaco, e nient’altro, che induce un eventuale miglioramento clinico. Per decenni la ricerca farmacologica l’ha utilizzato, ma già dal 1955 ci si accorse, che anche il gruppo placebo, mostrava miglioramenti clinici, in alcuni casi superiori al gruppo sperimentale [1].

In particolare, c’era un settore della medicina in cui, questo strano fenomeno, era cosi evidente da richiedere un intervento internazionale: la malattia di Parkinson. Una delle più devastanti malattia neurologiche (incurabile), veniva curata da una pillola di zucchero! Possibile mai ? Questa era l’evidenza che emergeva da alcuni trial clinici.

Il nostro gruppo di ricerca ha recentemente revisionato questi lavori dimostrando cosa è stato scoperto di affascinante in tutti questi anni [2]

In breve, sembrerebbe che sia tutta colpa di un insieme di regioni cerebrali che insieme compongono il famoso circuito della ricompensa (Reward). La loro attivazione arriva tramite un comando vocale complesso, chiamato: “Suggestione”, creato dall’aspettativa che un oggetto esterno possa portarmi un beneficio (la guarigione dalla malattia). Questa complessa interpretazione di un messaggio verbale viene codificato in un emozione particolare (outside le 5 classiche: gioia, tristezza, rabbia, disgusto, paura) che riesce a compiere un piccolo miracolo biologico: comandare alla ventral-tegmental-area e al nucleo accumbens di produrre dopamina. C’è un lavoro in particolare di alcuni ricercatori [3] che nel 2001 dimostrarono qualcosa che andava oltre la medicina. Se tu metti dei pazienti con malattia di Parkinson dentro una PET (uno strumento di neuroimaging che misura oggettivamente la quantità di dopamina in circolo) e gli dici che questo che stai per prendere è la medicina per la tua malattia (invece è zucchero), dentro il cervello si vede che il paziente autoproduce dopamina. Stiamo parlando di pazienti che di base hanno una morte dei neuroni dopaminergici. Forte, vero ?

Comunque alla fine il trucco c’è e si conosce anche molto bene.

Queste e tante altre scoperte sul placebo sono riportate nella nostra review pubblicata da Movement Disorders: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/mds.27438

#Placebo #Brain #Parkinson #Dopamine

Referenze:

[1] Marchant J. Placebos: honest fakery. Nature 2016;535:S14-S15.

[2] Quattrone A, Barbagallo G, Cerasa A, Stoessl AJ. Neurobiology of placebo effect in Parkinson’s disease: What we have learned and where we are going. Mov Disord. 2018 Aug;33(8):1213-1227.

[3] de la Fuente-Fernández R,Ruth TJ, Sossi V, Schulzer M, Calne DB, Stoessl AJ. Expectation and dopamine release: mechanism of the placebo effect in Parkinson’s disease. Science 2001;293:1164-1166.

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