Solitudine & Hikikomori

La solitudine è nata prima dell’uomo.

Pensiamo al momento del concepimento: in quell’istante l’ovulo è solo.

Nel momento della morte l’uomo è solo.

La nostra intera vita è costellata da momenti di solitudine.

Quello della solitudine è un tema trattato da sempre. Già Aristotele, nella sua “Politica” definisce l’uomo “ζῷον πολιτικόν”, “animale politico”, accezione utile per comprendere che il senso di aggregamento insito nell’individuo sia un bisogno quasi fisiologico, che faccia parte cioè della stessa natura umana. Oggigiorno la società stigmatizza la solitudine e l’uomo, influenzato da ciò, tenta di evitarla, instaurando pseudo-rapporti con gli altri; non si preoccupa della qualità delle sue relazioni, il fine è unico: non rimanere solo. Adottare questo atteggiamento, per l’individuo, è però controproducente, poiché accrescerà in lui quel senso di insoddisfazione ed infelicità perenne, dovuto all’inutilità di queste relazioni, dalle quali egli non ricava nulla di positivo, se non la mera compagnia.

Si può imparare però, come sostiene D.W. Winnicott, ad accettare i momenti di solitudine che la vita inevitabilmente ci presenta, e trarre da essi benefici per la propria interiorità. Essere soli fisicamente non deve tradursi per forza con l’esserlo emotivamente; secondo l’autore si può arrivare addirittura a ricercare momenti di solitudine perché essi giovano al corpo e all’anima. È in questi momenti che si impara a conoscere sé stessi, i propri pregi e difetti, i propri limiti, ciò che realmente si vuole; così facendo l’individuo impara a convivere con la solitudine e, conseguentemente, ad instaurare relazioni costruttive, che possano arricchire anziché vincolare.

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Molte volte ci si ritrova per vari motivi ad essere soli, ma oggigiorno, purtroppo, tanti sono i casi di individui che scelgono consapevolmente la via della solitudine, come succede agli hikikomori. Il fenomeno degli hikikomori si è sviluppato in Giappone negli anni ’90; oggi si stima che circa l’1,2% della popolazione nipponica viva in reclusione volontaria. Si tratta di individui, tra i 14 e i 30 anni, per il 90% dei casi di sesso maschile, che decidono razionalmente di rinchiudersi nella propria camera per medi o lunghi periodi di tempo. Gli hikikomori risultano essere sì molto intelligenti, ma altrettanto sensibili ed introversi. Questo temperamento contribuisce a creare in loro un enorme senso di inadeguatezza rispetto agli altri; si sottovalutano così tanto da arrivare a non sentirsi all’altezza delle aspettative, che chiunque, in primis i genitori, riversano su di loro; la soluzione più “semplice” da attuare, perciò, è quella di stare lontano da tutto e da tutti. Dietro alla scelta di un hikikomori possono esserci anche problemi di comunicazione in famiglia, episodi di bullismo o fallimenti personali a livello scolastico e/o universitario.

Il fenomeno degli hikikomori sta prendendo sempre più piede anche in ITALIA; sebbene la nostra cultura sia differente rispetto a quella nipponica, le cause scatenanti casi di hikikomori sono molto simili. Le percentuali del fenomeno, ottenute grazie all’indagine del Dr. M. Crepaldi, sono molto allarmanti: si stimano all’incirca 100.000 casi presenti nel nostro territorio, ed il numero è in continua crescita. L’hikikomori, passando la maggior parte della sua giornata in camera, legge libri, guarda la tv, gioca ai videogame, naviga in Internet: ecco, forse è proprio grazie al web che questi individui riescono a non staccare completamente la spina col mondo. Entrando in contatto con situazioni simili alla propria, essi capiscono di non essere gli unici.

I gruppi di auto-mutuo aiuto on-line ed in chat, attraverso la metodologia della condivisione della solitudine, rappresentano la nuova frontiera degli approcci terapeutici; perciò credo che la società abbia il dovere di puntare sul loro sviluppo, poiché di sicuro, attraverso il loro massiccio utilizzo, si potrebbero ottenere ottimi risultati nella lotta contro la solitudine stessa.

 

Di Cristina Chiaravalloti, Laureanda Sociologia UNICZ

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