Organoidi … il cervello prodotto in vitro

Le prime realizzazioni di organoidi sono state effettuate tra gli anni ’80 e ’90. Si tratta di aggregati tridimensionali di cellule derivate da cellule staminali umane fatte crescere in vitro. Offrono possibilità uniche per modellare e studiare il normale sviluppo fisiologico così come poter simulare quello che accade in determinate malattie. Le sue applicazioni nella ricerca medica sono, ovviamente, molto vaste e spaziano dalla scoperta di nuovi farmaci a test tossicologici.

Gli organoidi cerebrali sono quelli che, però, nell’ultimo periodo hanno avuto una massima diffusione soprattutto a livello scientifico e mediatico. Questo interesse nasce dall’aver scoperto che questi agglomerati artificiali di cellule nervose, una svolta sviluppatosi in vitro, sono capaci di comunicare con un’attività elettrica spontanea, esattamente come accade nel cervello dei bambini prematuri.

Il potere di dare vita ad una nuova popolazione di neuroni capaci di creare, autonomamente, pensieri o sensazioni primordiali, così come il poter studiare modelli artificiali di patologie neurologiche (Alzheimer, Parkinson, Tumori Cerebrali) o psichiatriche (Schizofrenia, Autismo) ha aperto ad un nuovo filone della bio-etica che deve innanzitutto comprendere quali sono i limiti entro cui potersi spingere con questa nuova tecnologia offerta oggi dalle moderne neuroscienze.

In realtà, secondo i più esperti è molto difficile poter arrivare solo a mimare il funzionamento di una singola porzione di cervello umano con gli organoidi, visto che il funzionamento di una singola area dipende dalla connettività intra-/inter-emisferica con le altre strutture cerebrali. Quindi il pensiero o la coscienza sono fenomeni cellulari che avvengono su scale di complessità enormemente più ampie rispetto alle complessità che possono raggiungere gli organoidi. Sarebbe come paragonare la via Lattea all’intero Universo.

Comunque sono stati sollevati numerosi interrogativi etici che nascono da questa nuova metodica. Prima di tutto, quali sono i diritti dei donatori di cellule verso i “loro” organoidi. In quale bio-banche vengono conservati e quali sono le regole di gestione? Poi c’è il discorso sulla durata di vita. In Gran Bretagna, ai ricercatori è vietato lavorare su embrioni donati di età superiore ai 14 giorni. Ma c’è chi in USA, come Paola Arlotta, capo del Dipartimento di Biologia delle cellule staminali e rigenerativa dell’Università di Harvard, è arrivata a fare crescere organoidi cerebrali fino all’8° mese di vita, portando ad un nuovo limite temporale la complessità cellulare dell’architettura e delle potenziali dei mini-cervelli artificiali.

I più grandi esperti mondiali credono che al momento non ci sia la necessità di veri e propri interventi legislativi su questo settore, ma le cose potrebbero cambiare in fretta se qualcuno un giorno dimostrerà che gli organoidi riescono a rispondere agli stimoli esterni, in particolare agli stimoli dolorifici. Quello potrebbe essere l’inizio di una nuova era per le neuroscienze.

Nell’attesa, lo studio degli organoidi cerebrali continua a rappresentare un incredibile patrimonio dove far germogliare nuovi esperimenti, metodi e teorie.

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