The Parkinsonian Personality: two centuries later

Bipolar mentally ill split personality depiction

Since the initial James Parkinson’s subjective clinical impression (1817), the individuation of behavioral features underpinning the occurrence of Parkinson’s disease has always exercised a fascination in neurologists. The first hypothesis suggested the presence of a specific personality profile: repression and overcontrol of emotional reactions, mental rigidity, affectively inconstant and passive, along with a persistent anxiety and depression were the main traits retrospectively told by family members of Parkinson’s disease patients.

However, for over two centuries empirical evidence on the existence of a Parkinsonian personality emerging before clinical symptoms remained vague.

New quantitative and systematic reviews from neuroscientists Antonio Cerasa and Gabriella Santangelo have re-opened this long-standing debate.

“It has been awesome to reveal that patients with Parkinson’s disease are described anywhere in the world as individuals high on introversion, neuroticism and harm avoidance and low on novelty seeking” – Cerasa said.

“Despite the large amount of evidence, the existence of premorbid personality profile in Parkinson patients remained obscure until 2010th ” explains Gabriella Santangelo. “Indeed, in the last few years new prospective studies have provided clear empirical supports. In particular, a Swedish long-term epidemiological study examined data from a cohort study on more than 29,000 twins. After 39 years they identified 197 Parkinsonian cases that were characterized by high-level of neuroticism and introversion.

“This specific evidence was perfectly confirmed by a meta-analytic studies evaluating data from 17 different clinical studies and by a systematic review of two centuries of literature” – adds Gabriella Santangelo

“The evidence provided so far confirmed James Parkinson’s clinical impression that personality profile is an important hallmark of clinical course of Parkinson’ disease, which should be used to assess subjects’ vulnerability into daily clinical practice” – concludes Cerasa.

The main clinical implication of the empirical evidence is that the assessment of personality could be also useful for identifying who would benefit from behavioral intervention, which could indirectly contribute to ameliorate patient’s own perception of physical, emotional and well-being – as underlined by Santangelo and Cerasa.

 

Original Research:

  • Cerasa A. Re-examining the Parkinsonian Personality hypothesis: A systematic review. Personality and Individual Differences 2018; 130: 41-50. doi: 10.1016/j.paid.2018.03.045
  • Santangelo G, Garramone F, Baiano C, D’Iorio A, Piscopo F, Raimo S, Vitale C. Personality and Parkinson’s disease: A meta-analysis. Parkinsonism Relat Disord. 2018; 49:67-7. doi: 10.1016/j.parkreldis.2018.01.013.

 

Links:

1) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0191886918301715

2) http://www.prd-journal.com/article/S1353-8020(18)30013-0/fulltext

 

Le armi per uccidere a scuola

USA

Vanity Fair

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«Dall’educatore al sociologo tutti diranno che è una risposta sbagliata armare i professori di fronte a una strage, ma potrebbe essere una risposta giusta per quella fetta di popolazione americana che Trump rappresenta e che John Ghunter già negli anni Quaranta, nel libro Inside Usa, definiva caratterizzata da “cupidigia, ignoranza, assenza di valori estetici, arricchimento a mo’ di sbronza, spavalderia, mancanza di visione, mancanza di lungimiranza, eccessiva standardizzazione, comportamento indisciplinato”».

 

Intelligenza Artificiale individua i Giocatori d’Azzardo patologici.

dsds

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È possibile prevedere se una persona tenderà a sviluppare i sintomi del gioco d’azzardo patologico? Uno studio diretto dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro, a cui ha partecipato l’Università della Calabria, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience Methods, ha definito i tratti della personalità del gambler patologico grazie a tecniche avanzate di intelligenza artificiale.

LaRepubblica

TG3 Regione

ComunicatoStampaCnr

La scoperta di un nuovo organo

Il 2017 per i neuroscienziati sarà ricordato come l’anno dell’Intestino. Ebbene si, milioni di ricercatori che hanno passato la vita a studiare quell’organo chiamato cervello, ora devono arrendersi all’evidenza che la scienza ha scoperto un nuovo organo: l’intestino.

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Da sempre considerato un organo inferiore, la sua importanza è balzata agli onori della cronaca perché, differentemente da quello che avviene con i dati di molti settori delle neuroscienze, le scoperte sui batteri “cattivi” sembrerebbero molto solidi e riproducibili. Infatti è ormai un dato conclamato che, alcune forme di batteri intestinali sono associati con l’insorgenza di disturbi psichiatrici (ansia/depressione e autismo) o addirittura come fattore di rischio per l’Alzheimer e Parkinson. Cominciando con il lavoro di Gerard Clarke che su Microbiome, ha dimostrato che alcune forme di batteri nell’intestino dei ratti influenzano i meccanismi epigenetici di funzionamento delle aree del sistema limbico (causando forti stati di ansia e depressione), arriviamo alla scoperta del batterio Prevotella presente in grandi quantità nelle donne con alti livelli di ansia ed associato con ridotta connettività tra corteccia prefrontale e sistema limbico.

Per quanto riguarda invece le malattie neurologiche come Parkinson e Alzheimer, una recente review di Tremlett et al., su Annals of Neurology cerca di riassumere le evidenze fornite fin’ora in un nuovo campo di studi dove l’antibiotico è ovviamente l’unico mezzo per sconfiggere batteri nocivi.

Sarà interessante scoprire nel futuro se c’è una correlazione tra l’aumento incontrollato di nuovi casi di malattie neurodegenerative con il consumo eccessivo di antibiotici fin dall’infanzia.

 

Le Neuroscienze nel 2018

Il 2018 si presenta come un anno scoppiettante per le neuroscienze. Da una parte, infatti, c’è la tempesta delle start-up/spin-off mondiali pronti ad invadere il mercato con qualsiasi forma di algoritmo di intelligenza artificiale capace di fare ogni cosa. Dall’altra ci sono la Pfizer che sta dismettendo la ricerca sul Parkinson e Alzheimer e le nuove evidenze che mettono in discussione la credibilità della statistica alla base dei dati neuroscientifici.

Chi la spunterà?

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